Didattica a Distanza pro e contro

22 giu 2020

Didattica a Distanza pro e contro

Didattica a Distanza pro e contro. Abbiamo chiesto a molti docenti di raccontare i mesi di Didattica a Distanza (DaD) e i pro e contro. Qui il punto di vista della Prof.ssa Daniela Molinari, docente di matematica e fisica al Liceo Scientifico “Decio Celeri” di Lovere. 

SilenzioHo fatto una domanda su un esercizio e mi ha risposto il silenzio.
Non succede mai in classe.
Mai.

Magari, passando nel corridoio, vi sembra di sentire una classe silenziosa al di là della porta, ma se provate a entrare vi accorgete che non è realmente silenziosa, perché ci sono sguardi che corrono tra i ragazzi. Quando, in classe, chiedo di fornirmi la risposta a un esercizio, c’è chi la dice a fior di labbra, perché non ha il coraggio di dirlo ad alta voce, insicuro nella risposta, c’è chi guarda il compagno di banco, con uno sguardo che dice: “Che ha chiesto?” oppure “Ma che è ‘sta roba?”.
Non è silenzio questo, perché pur non avendo ricevuto una risposta verbale, lasciando correre il mio sguardo sulla classe, ho ottenuto in qualche modo una risposta alla domanda.

Con la DaD non succede.

Perché i microfoni sono muti e, spesso, le telecamere sono spente. Nel mio caso, visto che facevo lezione usando il mio pc come una lim, che le telecamere fossero accese o spente non faceva differenza, perché io vedevo solo l’esercizio in questione davanti a me, l’ultima cosa scritta. Contavo sulle loro voci. Ma non sempre quelle voci mi sono arrivate.

Mi è capitato, e so di non essere l’unica, di continuare a fare lezione per qualche minuto senza avere consapevolezza di un collegamento saltato.

Ripensando alla DaD mi tornerà sempre in mente il silenzio innaturale e la mancanza dello sguardo.

Anche il mio sguardo, quando c’era, che sguardo era? Era uno sguardo perso a volte sulla parete di fronte, mentre cercavo di rispiegare il procedimento e, in certi momenti, ho sentito una grande solitudine.
Mi domandavo, spesso, cosa ci fosse dall’altra parte, ma la mia domanda restava senza risposta. Potevo immaginare occhi attenti oppure sguardi annoiati o impegnati a rincorrere le dita sullo schermo di uno smartphone, perché la DaD ha sostituito le chiacchiere con il compagno di banco con WhatsApp.

In certi momenti, ho sentito tutto lo scoraggiamento di una lezione a distanza. In altri momenti, ho sentito comunque la forza dei miei alunni, quando qualcuno accendeva il microfono e interagiva con me, magari facendo un’osservazione intelligente oppure una domanda che, forse, in classe non avrebbe avuto il coraggio di fare. Perché è anche successo che per qualcuno la DaD sia diventata un’occasione per vivere in modo più libero la propria esperienza scolastica.

A me, in realtà, sono mancate tante cose: non è mancato solo lo sguardo, non è mancato solo quel dialogo nato nel silenzio, mi è mancata la forza che l’ingresso in classe mi dà.

Ho sperimentato più volte la forza che nasce dall’entrare in classe. È capitato, più di una volta in vent’anni di insegnamento, di entrare in classe con un po’ di tristezza nel cuore, per qualcosa successo nella mia vita privata o per uno scontro con un collega prima dell’ingresso, e ogni volta, chiusa la porta dell’aula alle mie spalle, mi sono tuffata in questo universo di sguardi e, sempre, i ragazzi mi hanno fatta sentire accolta e sostenuta. Non c’è mai stato bisogno di dire cosa provavo, ma uscivo da quell’aula più carica del mio ingresso. Ogni volta ho sentito la forza di quegli sguardi.

Mi è mancato tutto questo con la DaD: in certi momenti, ho avuto l’impressione che con la DaD ci fossimo privati di tutto il bello dello stare a scuola, tenendoci solo la fatica di preparare le lezioni, di valutare, di spiegare… ma la didattica non è solo questo. Se didattica significasse solo preparare le lezioni, spiegare e valutare, non sarebbe molto diversa da un addestramento.

La didattica è un dialogo continuo ed è un aggiustare il tiro ogni volta che senti che qualcosa non va.

Anche quando preparo una lezione con grande cura e attenzione, difficilmente, quando esco, sento di aver detto realmente ciò che avevo preparato, perché la linea che avevo tracciato con grande cura a casa, nel mio studio, così pulita e senza curve, a scuola si arricchisce degli interventi dei ragazzi, dei loro sguardi, che indirizzano il mio percorso. Così a volte devo cambiare direzione o addirittura tornare indietro per spiegare meglio un concetto, oppure devo aprire una parentesi per richiamare qualcosa che non era del tutto chiaro, magari devo alleggerire l’atmosfera con una battuta, perché mi accorgo che l’attenzione sta calando… tutto questo non c’è stato nella DaD.

Ho fatto il percorso che avevo preparato quasi ogni volta. Perché le videolezioni non sono lezioni vere. Fare una videolezione o preparare un tutorial su YouTube è la stessa cosa: non hai contatto con le persone che guarderanno il tuo video. Cerchi quindi di essere entusiasta ed efficace, ma manca qualcosa.

Durante le ultime settimane ho preparato parecchi video per YouTube, ma, riascoltandomi, ero io la prima ad annoiarmi e a rischiare di addormentarmi. Il mio tono di voce, ad esempio, non era il mio tono di voce solito. Io so, anche se non mi sono mai vista, che quando faccio lezione in classe mi infervoro, mi appassiono. Ma con la DaD non è facile appassionarsi. In certe lezioni, sentivo il mio tono piatto… e non riuscivo a fare diversamente.

Insomma, la DaD ci ha mostrato che nel momento del bisogno possiamo trovare in noi delle risorse insospettate, ci ha mostrato che potremmo arricchire il nostro intervento in classe fornendo ulteriori strumenti da usare a casa che siamo diventati bravi ad assemblare, ma a me ha fatto cogliere soprattutto l’importanza dello sguardo, ha fatto sentire la nostalgia per quello scambio di energie che avviene ogni volta che si entra in una classe.

“I motivi per cui fare l’insegnante come mestiere sono tanti. Ma ce n’è uno che, per importanza, supera di gran lunga tutti gli altri. Quando vedi accendersi negli occhi dei ragazzi l’intuizione: la fronte corrucciata si rilassa, lo sguardo opaco si illumina, la bocca tesa si rilassa in un accenno di sorriso. Quel momento, in cui si risveglia l’intelligenza e l’animo esulta, mette i brividi. E se il percorso per arrivarci è stato lungo, condiviso, magari sofferto, nel tentativo di trovare parole altre, strade alternative, per condurlo a capire, allora il tuo tempo prende senso e come docente ti senti vivo. Amo questi momenti. Non rari, ma neppure così frequenti.” Federico Benuzzi (“La legge del perdente”)

Prof.ssa Daniela Molinari – www.amolamatematica.it

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