Invalsi di italiano anno 2016-2017 - Primaria 5° classe

Risolvi la Prova nazionale Invalsi di italiano del 2016 - 2017 per la quinta classe della scuola primaria.

Mettiti alla prova con il test del MIUR: leggi attentamente il testo e cronometra quanto tempo ci metti a rispondere alle domande. Trovi anche tutti i test in versione interattiva. Completa questo test per prepararti al meglio alla prova Invalsi di italiano del quinto anno di scuola elementare.

Prova nazionale Invalsi di italiano della quinta classe della scuola primaria dell'anno scolastico 2016 - 2017.

Trovi in questa lezione il testo della prova (scaricabile in formato pdf), la griglia di soluzione e gli esercizi interattivi.

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Prova nazionale anno 2016-2017 - Italiano 5° Primaria

Ecco la prova nazionale Invalsi di italiano dell'anno scolastico 2016-2017 per la classe quinta della scuola Primaria

La prova è composta da due testi che dovrai leggere per poi rispondere alle domande di comprensione e a quelle di grammatica seguenti. 

Per svolgere l'intera prova avrai in tutto un'ora e quindici minuti (in totale 75 minuti) di tempo.

Vuoi scaricare il fascicolo? Clicca qui: 

Griglia prova nazionale anno 2016-2017 - Italiano 5° Primaria

Hai provato a svolgere la prova nazionale Invalsi della quinta classe della scuola primaria del 2016 - 2017? Vuoi sapere se hai dato tutte le risposte giuste al test Invalsi di italiano?

Ecco la griglia con le risposte corrette ai quesiti della prova nazionale dell'anno scolastico 2016 - 2017.

Ti suggeriamo di tenere il testo della prova a portata di mano: così potrai confrontare subito le tue risposte con quelle corrette.

Scaricala qui:

Il processo e il naso - Parte 1

Se tu e io ci guardassimo in faccia, lettore, io non so cosa vedrei, perché tu sei misterioso, sei tutto nascosto nella diversità: ma quello che vedresti tu, eccolo qua: una faccia un po' grande, con una barba spruzzata di bianco. Vedresti due occhi piuttosto piccoli, color castagna cruda, e un naso abbastanza dritto: però, però, se tu guardassi bene, molto attentamente, con un occchio solo, come fanno i pittori, noteresti che il mio naso, pur essendo dritto, non è proprio al centro della faccia: è leggermente, appena, un poco spostato verso sinistra.

È col naso così, che sono nato? No. Il mio naso si è spostato dopo.

Il processo e il naso - Parte 2

Se vuoi stampare il testo, scarica il pdf qui:

 

È col naso così, che sono nato? No. Il mio naso si è spostato dopo.

Era il 1956, o il 1957? Non ne sono sicuro. 

Avevo nove o dieci anni. Ero un bambino.

Il paese in cui abitavo era Edolo, Valcamonica, Lombardia, Italia, in mezzo a

(5) verdi alte montagne. 

La linea ferroviaria che arriva a Edolo, finisce lì. Non va oltre. I binari, dopo

cento o duecento metri dalla stazione, finiscono, contro una specie di

trabiccolo metallico. Fine della ferrovia.

Era un posto bellissimo per giocare. Ci giocavamo nel pomeriggio, fino quasi a

(10) buio, con le bande. Le bande eravamo noi, divisi in due gruppi nemici. Non 

ricordo come si chiamavano le bande, ma certo i nomi dovevano essere quelli

di qualche gruppo o tribù, presi dai film che vedevamo alla domenica

pomeriggio. Nessuno aveva ancora la televisione in casa: la televisione era solo

nei bar. Noi vedevamo i film al cinema dell'Oratorio, e tornando a casa, 

(15) giocavamo a quello che avevamo veduto. 

Io ero il capo di una banda. Non so perché fossi io il capo: non credo di essere

stato il più forte, più veloce o più coraggioso degli altri. Però a scuola scrivevo dei

bei pensieri. Non immaginavo ancora che da grande avrei fatto lo scrittore, 

però scrivevo bei pensieri. Insieme ai pensieri, avevo le parole, e le parole

(20) servono, per fare il capo. Uno senza parole, che capo è? Forse è per questo che 

ero il capo della banda.

Le bande combattevano una contro l'altra. Non mi ricordo se ci fossero dei

motivi, ma forse non ce n'erano. Le bande si combattevano perché erano

nemiche, ed erano nemiche perché si combattevano. Ci si cercava, ci si

(25) catturava. Non ricordo cosa facessero quelli della banda nemica quando

catturavano uno di noi. Però ricordo quello che facevamo noi ai prigionieri. Gli

facevamo un processo nella nostra tana.

La tana della mia banda era un vagone abbandonato, di legno vecchio e

malandato. Era un vagone per il trasporto del bestiame, ma nessuno ci

(30) trasportava più niente. Stava da anni alla fine del binario, dimenticato dal

mondo, sotto la pioggia e la neve, o sotto il sole. L'ingresso era aperto, perché il

portellone era bloccato. C'era, a una certa altezza su uno dei lati del vagone,

una finestra rettangolare, molto più larga che alta, chiusa da uno sportello di

legno che si apriva verso l'interno, facendo perno sul lato inferiore. Io non

(35) avevo mai notato quello sportello, né come si apriva: perché era sempre stato

chiuso, e perché io andavo in quel vagone a giocare e non a guardare gli

sportelli.

Quando catturavamo un prigioniero lo portavamo nella tana e gli facevamo il

processo. Essendo il capo della banda, io ero anche il capo del processo. Ero io

(40) che interrogavo il prigioniero. Non ricordo che cosa gli chiedevo, ma dovevano

essere cose che lui non poteva rivelare.

Un giorno, dunque, catturammo uno della banda nemica e lo portammo nel

vagone, per fargli il processo.

Lo guardai con disprezzo, anche se credo che questo, per un giudice, non sia

(45) regolare, e dissi "Si inizi il processo!". Ricordo con precisione le parole. "Si inizi

il processo!". Poi, per dare più forza al mio ordine, feci una cosa. Non so se la

feci per la prima volta, o se l'avevo fatta altre volte: se l'avevo fatta, le altre

volte non aveva avuto conseguenze. Quella volta le ebbe.

Ma cosa feci? Dopo aver detto: "Si inizi il processo!", diedi un gran colpo

(50) all'indietro, con il tallone, alla parete del vagone.

Sentii una botta tremenda sul naso. Credo di aver visto le stelle. Lo sportello del

carro bestiame, al calcio, si era aperto all'interno, ribaltandosi sulla mia faccia.

Sul naso, precisamente. Non ricordo con precisione, ma credo di aver sollevato

le mani, e di aver spostato lo sportello. Ero molto intontito.

(55) A quel punto, tutti scoppiarono a ridere. Questo lo ricordo bene.

Ricordo che gridai:

"Non ridete!".

Invece continuavano a ridere. io ero spaventato, e arrabbiato per quelle risate.

Ricordo che tornai a casa da solo. Il naso non mi faceva molto male, e aveva

(60) solo un segno rosso. Nei giorni seguenti continuavo a toccarmi il naso, per

sentire se era rotto. Ma non lo era. Non mi accorsi però che il naso si era

spostato, e nessun altro se ne accorse, perché non si era spostato molto. Me ne

accorsi qualche tempo dopo, parecchi anni: uno che mi guardava disse: "Lo sai

che hai il naso un po' da una parte?". Io andai davanti a uno specchio, ed era

(65) vero.

Ecco come si è spostato il mio naso: fu colpito dallo sportello di un tribunale

ferroviario e bestiale, all'inizio di un processo.

(Tratto e adattato da: Roberto Piumini, Il processo e il naso, in "Quando avevo la tua età", Milano, Bompiani, 1999)

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