Il mese delle STEM: intervista a Barbara Cominelli

31 mar 2016

Barbara Cominelli

Il mese delle STEM continua ed oggi abbiamo il piacere di intervistare Barbara Cominelli. Un nuovo appuntamento con la rubrica “Le studentesse vogliono contare“, in cui proponiamo una serie di interviste per offrire a tutte le studentesse esempi di leadership al femminile e del rapporto con le materie STEM a scuola, nel lavoro e nel quotidiano.

Questa intervista è contenuta nel libro “Le ragazze con il pallino per la matematica“.

Barbara Cominelli si presenta così:

Barbara Cominelli vanta oltre vent’anni di esperienza manageriale nei settori TelcoMedia&Technology, Energy, Venture Capital e Consulenza Strategica, in Italia e all’estero. Attualmente è Direttore Commercial Operations and Digital e membro del Comitato Esecutivo di Vodafone Italia gestendo sia i canali tradizionali sia quelli digitali, alla guida di un team di circa 3000 persone.  

E’ inoltre Consigliere Indipendente nel CDA di ERG S.p.a.. Nel 2016 è stata nominata da InspiringFifty una delle 50 donne più influenti nel settore tecnologico in Europa. In precedenza è stata Direttore Strategia, M&A e Marketing di Tenaris Dalmine (Techint) e Presidente del Board di So.Par.Fi Dalmine Holdings, Partner di una società di Venture Capital nel settore High Tech, Manager nella società di consulenza A.T.Kearney e Assistant Professor all’Università Bocconi.

Vanta un’ampia esperienza internazionale e track record nella gestione di team multiculturali: ha studiato e lavorato in Italia, UK, USA, Spagna, Olanda.  Ha una Laurea 110 con lode all’Universita’ Bocconi e il Master CEMS-MIM in International Management, conseguito presso Bocconi e ESADE, Barcellona;  ha completato la sua formazione con scambi accademici ed executive education alla Rotterdam School of Management, SDA Bocconi e Stanford.

Frequentemente invitata come speaker/docente sulle tematiche della Trasformazione Digitale e Customer Experience, ha vinto numerosi premi in questi ambiti con la sua squadra. Vincitrice inoltre del premio Donne Dirigenti “Merito e Talento” nel 2014 e del premio “Giovane Dirigente dell’anno” nel 2010. Vive a Milano, con suo marito, suo figlio e il gatto.

Innovare è capire come la tecnologia crea valore: intervista a Barbara Cominelli

Quale Liceo hai scelto?

Liceo Classico. E’ un esperienza che mi ha molto formato, non solo per le conoscenze di base e il metodo di studio ma soprattutto perché mi ha permesso di sviluppare pensiero critico, logica, problem solving e capacità di astrazione, capacità di arrivare all’essenza di problemi complessi, semplificandoli.

Il liceo mi è servito molto anche a sviluppare una comunicazione efficace non solo sintetizzando in maniera logica e chiara il pensiero, ma cercando anche di ingaggiare l’audience e di “raccontare una storia”, prendendo umilmente spunto dai classici.

Ma forse quello che ho più amato del liceo è la possibilità che si ha in una fase generalista della propria formazione di aprirsi a 360 gradi alla conoscenza, di “volare alto”, di crearsi una vista d’insieme, di provare a collegare e cross-fertilizzare i diversi domini, collocando gli sviluppi culturali, artistici, storici, sociali e scientifici in un quadro d’insieme, anche azzardando i voli pindarici tipici di un’età in cui si è meravigliosamente idealisti e appassionati.

Tuttavia, se potessi ridefinire il curriculum del liceo classico oggi, lo aggiornerei con un maggior focus sulle materie scientifiche e tecnologiche, alleggerendo un po’ l’impegno sulle lingue antiche. Ma senza assolutamente rinunciare alla sua vocazione di esperienza formativa generalista che apre la mente: più delle nozioni che si apprendono, quello che conta al Liceo è allenarsi a pensare, imparare ad imparare.

Quale era la tua materia preferita al Liceo? 

A pari merito Filosofia e Fisica.

Infatti, per quanto il Liceo Classico fosse fortemente incentrato sulle materie umanistiche, ho avuto la fortuna di avere ottimi professori che mi hanno fatto amare altrettanto le materie scientifiche.

In particolare, probabilmente perché ben si adatta al mio innato pragmatismo, ho amato l’epistemologia, la filosofia della scienza: ho studiato voracemente tutto quanto ai tempi c’era da leggere e ancora oggi mi appassiona studiare i meccanismi del progresso scientifico e soprattutto dell’innovazione, di come si sviluppa e come si realizza.

E peraltro ritrovo molti spunti dell’approccio studiato ai tempi nell’attuale mondo digitale dove le parole d’ordine sono design thinking e fast prototyping&testing e l’errore è parte del percorso di apprendimento e innovazione.

Quale Università hai frequentato e perché?

Economia e Commercio, all’Università Bocconi di Milano. Ho scelto economia, dopo aver valutato attentamente anche Ingegneria, per due motivi: innanzitutto desideravo una facoltà che offrisse una formazione ampia ma pragmatica, avvicinandomi al mondo reale del business e delle aziende; in secondo luogo perché l’Università Bocconi offriva molteplici possibilità di esposizione internazionale ed io ero fortemente motivata a studiare international business e fare esperienza all’estero.

Tramite l’università infatti ho potuto studiare sia alla Rotterdam School of Management durante il corso dei laurea sia a ESADE, a Barcellona durante il Master. E ritengo che queste esperienze internazionali siano state cruciali per la mia carriera, che mi ha portato poi in giro per il mondo e a lavorare con persone di diverse culture e background.

Se potessi tornare indietro nel tempo, chi vorresti conoscere? 

Socrate, Churchill e Coco Chanel, ma non singolarmente…bensì tutti insieme per una settimana su un’isola deserta, sarebbe un dream team esplosivo…

Una frase che non sopporti?   

Difficilmente mi irrito, ma devo ammettere che mi divertono sempre meno gli stereotipi sull’Italia e sugli italiani. L’Italia ha certamente diverse cose da sistemare ma anche una potenzialità enorme. In questo Paese abbiamo straordinario talento individuale e collettivo: credo sia ora di elevare a simbolo del nostro Paese anche le eccellenze che abbiamo, non solo i vecchi stereotipi.

Una frase che ripeti spesso?  

Pensa e agisci come se l’azienda fosse tua”. Lo dico anche ai collaboratori più junior. Il senso di responsabilità e di “ownership” è fondamentale a tutti i livelli ed è importante che tutti siano consapevoli che, con il proprio contributo, stanno contribuendo a un obiettivo collettivo più grande.  

Una storia simbolica che mi piace spesso raccontare è quella della ricostruzione della cattedrale di Saint Paul, dopo il grande incendio di Londra del 1666, che la rase al suolo. L’architetto incaricato della ricostruzione, Sir Christopher Wren, un giorno ispezionando il cantiere incontra un operaio che sta tagliando delle pietre e gli chiede: “cosa stai facendo”? L’operaio risponde “sto tagliando pietre”.
Poco più in là Wren incontra un secondo operaio e chiede anche a lui “cosa stai facendo?” : “mi guadagno lo stipendio” risponde l’uomo.
Infine incontra un terzo operaio e pone la stessa domanda: “cosa stai facendo?”, ottenendo la seguente risposta “sto contribuendo a costruire una magnifica cattedrale, che sarà un simbolo per tutti i londinesi di come la città Londra può risorgere dopo il terribile incendio”.

E’ una storia semplice, ma il punto è fondamentale: quando si capisce e si interiorizza la big picture, si comprende quanto sia fondamentale il proprio contributo individuale all’interno del disegno complessivo, acquisendo consapevolezza e orgoglio del proprio ruolo, capendo che il proprio “mattoncino” è fondamentale per costruire una magnifica cattedrale. Questa attitudine fa la differenza, in azienda ma anche nella società.

Quanto hanno contribuito le tue conoscenze logico – matematiche nella tua carriera?

Tanto, tantissimo. E ancora più queste competenze, intese come STEM in generale, sono fondamentali nello scenario attuale.
Ma ci sono tanti falsi miti da sfatare sulle materie STEM e sulle competenze tecnologiche. Prendiamo ad esempio due mestieri molto richiesti oggi: coding e data science; gli stereotipi affermano che siano cosa da “uomini”, da specialisti, da geek, qualcosa di un po’ noioso, ripetitivo, poco creativo. In  realtà per essere un ottimo coder o data scientist bisogna essere molto creativi, avere capacità di problem solving e di insight oltre che saper collaborare.

Le competenze tecnologiche e STEM in generale sono solo il vocabolario e il linguaggio di base, gli strumenti da utilizzare: ma poi il vero valore aggiunto sta nella capacità di creare valore, risolvendo i problemi, anche quelli che gli altri non vedono. Qualcuno ha detto che ogni tecnologia sufficientemente avanzata è essenzialmente indistinguibile dalla magia… il mio messaggio ai ragazzi e soprattutto alle ragazze vuole essere proprio questo:

la scienza e la tecnologia in ultima analisi sono l’arte della iper-semplificazione e del problem solving, sono “magiche” e entusiasmanti, cambiano in meglio la vita delle persone e della società… tutt’altro che noiose!

Quali competenze servono per affermarsi in un settore tecnologico?

Innanzitutto la visione strategica, la capacità di anticipare e plasmare il futuro: bisogna essere in grado di vedere oltre i confini esistenti del proprio business, connettere i puntini, andando oltre le formule competitive tradizionali, ragionare per ecosistemi, inserirsi in nuove catene del valore orizzontali e dinamiche.

Bisogna guidare l’innovazione, creandola.

E per far questo si parte naturalmente dai dati e dall’analisi, ma spesso serve anche l’intuizione. L’immaginazione è più importante della conoscenza”, diceva Einstein, convinto che l’intuizione fosse un fattore determinante nel progresso scientifico.

Innovare significa capire come la tecnologia crea valore. Perché la tecnologia di per sé non basta, quello che conta sono le esperienze che rende possibili, i problemi che risolve, i bisogni che soddisfa, come cambia la vita delle persone, delle aziende e della società. E sempre più innovazione è creare prodotti o servizi di cui il cliente non sapeva neppure di avere bisogno; e questo non è affatto banale…perché all’inizio somiglia molto al creare cose di cui nessuno ha bisogno.

E in questo senso oggi conta molto la capacità di prendersi dei rischi intelligenti, certamente calcolati, ma anche coraggiosi.

Oggi fra i giovani la paura più grande è non riuscire a realizzarsi. Qual è il tuo consiglio?

Lavorare su 3 ingredienti:  un sogno, un piano e una deadline.  Il sogno e la passione per ciò che si fa sono l’ingrediente chiave: non rinunciate alle vostre passioni, pensate in grande, siate ambiziosi, prendete rischi e andate oltre la vostra comfort zone, non abbiate paura di fallire…non senza aver lottato, senza averci provato. Avrete i prossimi 50 anni della vostra vita per la saggezza tranquilla, l’aurea mediocritas, la virtù che sta nel mezzo…prima però provateci e non mollate! Il mondo è vostro…

Ricordate però che per raggiungere il sogno serve un piano concreto (seppur flessibile) e delle scadenze, perché niente avverrà per caso né senza grande impegno, dedizione, sacrificio, duro lavoro e le giuste scelte.

E siate resilienti e pronti ad affrontare un percorso che avrà anche ostacoli e fallimenti: si tratta di una maratona, non di uno sprint.

Cos’è il successo per te?

Il successo per me è una formula fatta di diversi elementi, il cui peso relativo è cambiato nel corso della mia vita.

Oggi successo per me è piena identificazione con le responsabilità associate al mio lavoro e soddisfazione per l’impatto positivo che riesco ad avere, una situazione familiare molto felice e una vita ricca di amicizie ed interessi… il tutto unito a una grande passione per quello che faccio e una voglia instancabile di guardare sempre avanti.

Grazie Barbara
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