Il mese delle STEM: intervista a Irene Enriques

5 apr 2016

Irene Enriques

Intervista a Irene Enriques per il Mese delle STEM. Durante il Mese delle STEM intervistiamo donne con un diverso rapporto con le materie STEM a scuola, nel lavoro e nel quotidiano. Ecco con un altro appuntamento con “Le studentesse vogliono contare”, la rubrica speciale in cui proponiamo una serie di interviste per offrire alle studentesse esempi di leadership al femminile.

Questa intervista è contenuta nel libro “Le ragazze con il pallino per la matematica“.

Irene Enriques si presenta così:

Sono direttore generale della Zanichelli editore. Uso “direttore” e non “direttrice” perché sono nata nel 1967 e “direttrice” mi fa pensare a Bice Valori nello sceneggiato di Gianburrasca.
Mi sono laureata in matematica, con una tesi di informatica, nel 1991. Dopo la laurea ho fatto uno stage nella software division della casa editrice Haughton and Mifflin, a Boston, poi ho iniziato a lavorare alla Zanichelli, prima in redazione poi nella direzione generale. Sono direttore generale dal 2006. Prima di me, più o meno da quando ho ricordi, il direttore generale era mio padre. La nostra famiglia è socia di maggioranza della casa editrice.

Ecco l’intervista a Irene Enriques:

Quale Liceo hai scelto?

Il classico. Veramente, la mia prima scelta sarebbe stata il liceo artistico, perché mi piaceva molto disegnare, ma mia madre mi disse che non era possibile. Allora proposi il liceo scientifico, perché alle medie la mia materia preferita era la matematica. “Vedrai, il greco è ancora meglio”, mi disse mia madre. Così scelsi il liceo classico.

Quale era la tua materia preferita al Liceo?

Il greco! Leggere l’Odissea o i lirici greci in greco antico è un’esperienza bella. Proprio alla fine, quando alla Maturità uscì storia dell’arte, la studiai bene e scoprii un mondo: è stata una fortuna della vita.

Quale Università hai frequentato e perché?

Dopo il liceo ero molto incerta. Era il turno di mio padre a dare regole: no psicologia (semmai medicina), no filosofia, lettere soltanto se classiche, no economia (allora piuttosto giurisprudenza). Di mio, avevo escluso con certezza medicina e storia. Greco mi piaceva, ma non da dedicarci la vita. Storia dell’arte era bella, ma non fino a farne una professione. Alla fine scelsi giurisprudenza, per seguire le orme paterne. Non ressi il confronto. Non capivo niente. Presi un voto mediocre all’esame di diritto privato. Complice anche una delusione amorosa, la mia autostima era minima. Una sera, leggendo “Odile” di Quenau, trovai la formulazione di un problema sui numeri primi. Non lo ricordo più, ma allora ci pensai per ore, insonne. Decisi che volevo studiare qualcosa che mi affascinasse così. Avevo anche trovato la giusta via di fuga: scegliendo matematica, potevo lasciare giurisprudenza, la facoltà di mio padre, senza perdere la faccia. Infatti il nonno di mio padre, Federigo Enriques, era un famoso matematico, la personalità più illustre espressa dalla famiglia. Matematica “si poteva”.

Se potessi tornare indietro nel tempo, chi vorresti conoscere?

Ora che mi hai fatto ripensare al liceo, avrei voglia di passeggiare ad Atene con Socrate e Platone.

Chi ti ha ispirato e guidato nella tua carriera?

Devo una scelta importante alla mia professoressa di matematica delle medie, la professoressa Monari. Ho avuto un maestro di editoria, Umberto Tasca. E ovviamente mio padre.

Una frase che non sopporti?

“Non è colpa mia” Non mi piace neppure “E’ colpa mia”.
La peggiore da sopportare, a essere onesta, è: “E’ colpa tua”.

Una frase che ripeti spesso?

Nessuna di cui sia consapevole. In generale ho paura di ripetermi. Quando mi accorgo che succede, penso che sto invecchiando.

Cosa, dei tuoi studi, è stato più utile nella tua carriera?

Pensavo di studiare matematica pura, ma quando ero al terzo anno è arrivato dagli Stati Uniti un informatico giovane e bravissimo, e si è capito che seguire le sue lezioni era una buona idea. Mi è servito impararare a programmare, anche in assembly, molto vicino al linguaggio della macchina. Se non lo avessi fatto, probabilmente i computer mi avrebbero intimidito, invece so come funzionano. Sposando il mio professore di informatica mi sono impigrita, ma la mancanza di soggezione è preziosa.
La matematica mi è stata necessaria quando ho fatto la redazione di un corso di matematica che poi è diventato il più diffuso in Italia.
Infine la matematica rende modesti, se non si è geniali (e i geni matematici sono assai rari). O forse modestia non è la parola giusta. E’ come la montagna: anche se non sei un grande alpinista, anche se non apri nuove vie, e conosci i tuoi limiti, comunque sei fra coloro che si cimentano, e vedono le cime più da vicino.

Cosa fare per scoraggiare il fenomeno degli stereotipi di genere?

Come editore scolastico sento una responsabilità, che si esprime nel condividere il tema con gli autori e con le redazioni, senza abbassare la guardia. Recentemente pubblichiamo molti esercizi di matematica e realtà. Mi sono accorta che negli esercizi i ragazzi si allenavano e le ragazze vendevano borsette, le nonne facevano la marmellata e i nonni lasciavano eredità, i ragazzi viaggiavano e le ragazze prendevano il sole. Nell’ultimo testo uscito non mancano le maratonete e le donne con un conto in banca. Per dire.

Oggi fra i giovani la paura più grande è non riuscire a realizzarsi. Qual è il tuo consiglio?

Essere in contatto con se stessi: conoscersi, fare del proprio meglio. Essere aperti agli altri: avere fiducia, essere curiosi, in caso di bisogno chiedere consiglio e aiuto. Cercare le soluzioni e non le colpeE imparare a programmare.

Cos’è il successo per te?

Non penso in termini di successo. Ci sono soddisfazioni e delusioni, giorni felici e giorni tristi. Le cose cambiano, il fluire è interessante.

Grazie Irene!

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