Miriam Cresta: intervista per il mese delle STEM

3 mag 2016

Miriam Cresta

Intervista a Miriam Cresta per il Mese delle STEM.

Durante questo periodo intervistiamo donne con un diverso rapporto con le materie STEM a scuola, nel lavoro e nel quotidiano. Ecco con un altro appuntamento con “Le studentesse vogliono contare”, la rubrica speciale in cui proponiamo una serie di interviste per offrire alle studentesse esempi di leadership al femminile.

Questa intervista è contenuta nel libro “Le ragazze con il pallino per la matematica“.

Miriam Cresta si presenta così:

Miriam Cresta è dal 2003 Direttore Generale di Junior Achievement in Italia, associazione nonprofit che promuove l’economia e l’imprenditoria a Scuola raggiungendo ogni anno più di 25.000 studenti. Pioniera in Italia nella promozione dell’educazione imprenditoriale e dell’alfabetizzazione finanziaria, è stata esperta nazionale presso la Commissione Europea per il MIUR ed è delegata per l’Italia della rete JA Europe.

Miriam Cresta: intervista per il mese delle STEM

Quale Liceo hai scelto?
Ricordo che fu una scelta difficile. Oscillavo tra Liceo Classico e Liceo Scientifico. Per compiere la scelta definitiva sono stati fondamentali il confronto con alcuni professori e i consigli di mio padre, che mi portarono consapevolmente a decidere per lo Scientifico che garantiva anche l’acquisizione di una lingua straniera. Con il senno di poi, credo che questa scelta sia stata giusta perché mi ha consentito di avvicinarmi a contesti professionali internazionali con maggiore facilità.

Quale era la tua materia preferita al Liceo?
Il veicolo di apprendimento più potente per me è sempre stato il modo in cui l’insegnante mi trasmetteva il suo sapere, non il sapere in se stesso. Questo mi rende difficile isolare un’unica materia. Solo successivamente, negli anni universitari, mi sono resa conto di quanto fu determinante l’imprinting del docente di storia che mi trasferì l’interesse per comprendere meglio la contemporaneità con un approccio olistico tra tecnologia, cultura, innovazione, geografia, interpretazione dei dati e visione. Insieme alla consapevolezza che, per comprendere i cambiamenti in essere nella società, è fondamentale leggere e interpretare anche i “dati”, svolgendo valutazione statistiche.

Quale Università hai frequentato e perché?
Lettere a Milano all’Università Statale. Ho svolto una tesi a metà tra economia, statistica e storia sui cambiamenti di strategia familistica innestati dalla rivoluzione industriale del secondo ‘900. Ho trascorso sei mesi immersa a interpretare i movimenti lungo tre generazioni di una comunità di famiglie di mugnai dell’alto milanese e sulla trasformazione dei mulini in primi manufatti archeologici industriali. La storia di donne e di uomini, intrecciata con l’evoluzione e la trasformazione provocate dalla tecnologia e della scienza, sono diventate una curiosità preponderante già da allora, non così lontana dal mio attuale interesse per la promozione dell’autoimprenditorialità.

Se potessi tornare indietro nel tempo, chi vorresti conoscere?
Uno dei “Renzo Piano” che, nella prima metà del ‘900, realizzava i primi esempi di architetture urbane industriali. Cito lui non a caso, poiché le tante esperienze realizzate in quegli anni in Italia credo abbiano posto le basi dell’attuale cultura italiana, capace di pensare a nuovi spazi per i nuovi modelli del vivere urbano, grazie a sempre nuovi materiali, esito di continue evoluzioni tecnologiche.

Chi ti ha ispirato e guidato nella tua carriera?
Sono sempre stata affascinata dalle figure femminili capaci di integrarsi nelle organizzazioni emergendo con ruoli di responsabilità e riuscendo, allo stesso tempo, a dialogare tra le esigenze e le emergenze gestionali e le proprie passioni e aspirazioni personali. Credo di essere stata fortunata perché ne ho incontrate diverse provenienti sia da contesti aziendali, sia sociali e del nonprofit (a cui per vocazione sono molto vicina), sia a tratti anche nella politica.

Una frase che non sopporti?
Le persone sono un costo fisso, pesano nel bilancio presente e soprattutto futuro dell’organizzazione”.
Certamente le scelte di inserire nuove risorse umane devono essere congrue con le risorse economiche, ma spesso si tralascia quale sia il ritorno sull’investimento di un profilo altamente professionalizzato e motivato sul conto economico dell’azienda.

Una frase che ripeti spesso?
Le organizzazioni le fanno le persone”.
Il benessere di un’organizzazione è un elemento fondamentale per comprenderne lo stato di salute, di visione, di sviluppo a fianco dei più tradizionali elementi di misurazione dello status di bilancio. È fondamentale approfondire questo aspetto quando si decide di avviare una nuova collaborazione, poiché ognuno di noi dedica una parte preponderante del proprio tempo e delle proprie energie alla sfera lavorativa. Se si “coglie” incongruenza tra dichiarato e reale, meglio evitare: si rischia di dedicare più tempo alle logiche di sopravvivenza dell’organizzazione stessa che a quelle di innovazione e crescita proprie e dell’azienda.

Quanto hanno contribuito le tue conoscenze logico – matematiche nella tua carriera?
Molto. Ho sempre lavorato in progetti organizzativi seguendoli dalla fase di startup a quella di consolidamento. È sempre stato fondamentale correlare le potenzialità espresse dai budget, trasformandole in investimenti di medio periodo con impatto di crescita e di scalabilità. Il confronto con altri modelli di business, l’analisi delle scelte decisionali e del loro impatto si comprendono molto più facilmente analizzando dati economici e macro tendenze. Nelle valutazioni sull’esito dei propri interventi risulta, infine, fondamentale eseguire misurazioni e rilevazioni statistiche capaci di integrare elementi qualitativi e quantitativi. Saperli leggere e interpretare è sempre determinante per interfacciarsi con i committenti esterni e con gli stakeholder.

Cosa fare per scoraggiare il fenomeno degli stereotipi di genere?
Le ragazze di oggi si trovano in una situazione più complessa e precaria di quella in cui si trovava la mia generazione. Alla loro età avevo molto chiaro come la carriera fosse esito di uno sforzo personale tutt’altro che scontato e che potesse anche mettere in discussione progetti privati. Ma il contesto culturale era molto ottimista e si pensava che gli esiti delle azioni intraprese dalle donne delle generazioni precedenti avrebbero portato i loro frutti.
La realtà delle organizzazioni italiane, invece, presenta ancora molte lacune e fatica a integrare nella vita organizzativa le donne con i loro bisogni, per tematiche soprattutto socio-culturali più che legislative. Proprio per questo è importante osare e intraprendere percorsi meno esplorati pensando ad ambiti come la scienza e le tecnologie dove esisteranno sicuramente più opportunità di occupazione e di carriera e dove non è escluso le donne possano applicare quei tratti distintivi quali la vocazioni alla “cura”, alla gestione della complessità e dei cambiamenti.

Oggi fra i giovani la paura più grande è non riuscire a realizzarsi. Qual è il tuo consiglio?
Non credo che questo sia un tema di oggi. Se ripercorro la mia esperienza personale ricordo che ero accomunata dalle stesse tensioni. Mi sono avvicinata al mondo del lavoro in anni difficili, di crisi economica in cui le statistiche sulla disoccupazione giovanile non facevano ben sperare. Credo che sia fondamentale capire quali siano i “motori” della nostra vita, le cose che ci fanno agire, sentire, stare bene con noi stessi… seguendo questi motori si trova la propria strada. Intraprendenza, tenacia, resilienza sono dei buoni compagni di viaggio. Non trascurerei esperienze lavorative in settori economici non ancora “codificati” dal mercato.

Cos’è il successo per te?
Alzarmi la mattina e guardarmi allo specchio felice di come sono e soprattutto di iniziare una nuova giornata pensando alle persone che possono fare altrettanto grazie agli esiti delle mie scelte organizzative e aziendali.

Grazie Miriam!

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