NON DUE “CLASSICHE” SCIENZIATE

22 giu 2016

scienziate

Vita da scienziate… all’estero

Quanto è importante un’esperienza di studio o di lavoro all’estero? Il liceo classico ti “rallenta” in una facoltà scientifica? Come si fa a diventare ricercatrice?

Nei mesi scorsi Redooc si è occupato di intervistare numerose donne, esempi di leadership femminile, con un diverso rapporto con le materie STEM.

Oggi ho il piacere di intervistare Marianna Zipeto e Silvia Ripamonti, due brillanti giovani donne che negli ultimi anni hanno rivoluzionato la loro vita, lasciando amici e famiglia per trasferirsi all’estero e lavorare nel mondo della ricerca.

NON DUE “CLASSICHE” SCIENZIATE

Due percorsi iniziati in maniera molto simile, che hanno però preso direzioni totalmente diverse. Un esempio per le studentesse che vogliono intraprendere questo lavoro e la dimostrazione di come con lo studio, la tenacia e la voglia di fare due “classiciste” possano diventare brillanti menti scientifiche!

Si presentano così:

Marianna: dopo una breve esperienza all’Università di Yale, nel 2010 ho iniziato il Dottorato in Medicina Traslazionale e Molecolare all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Sono tornata negli Stati Uniti a completare il mio dottorato dove sono rimasta a lavorare anche dopo gli studi. Le mie ricerche sulle cellule staminali leucemiche mi hanno permesso di collaborare con un’azienda farmaceutica per lo sviluppo di un nuovo farmaco. Oggi vivo a San Diego e sono Study Director presso Crown Bioscience. Ho abbandonato il bancone del laboratorio e le provette per una posizione manageriale e di relazioni esterne.

Silvia: nel 2010 ho iniziato con Marianna il Dottorato in Medicina Traslazionale e Molecolare all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. A differenza sua però ho completato i miei studi al Max Planck Institute for Experimental Medicine a Goettingen (Germania), dove vivo e lavoro anche ora. Il mio focus sono le neuroscienze. Un argomento molto interessante ma allo stesso tempo molto impegnativo.

Quale liceo avete frequentato e perché?

M: Liceo Classico. Sognavo di diventare una giornalista, ma l’idea si è persa durante gli anni.

S: Liceo Classico. Ero convinta che fosse la scuola in grado di darmi la preparazione migliore.

Qual era la vostra materia preferita al liceo?

M: Chimica

S: Biologia

Quale università avete scelto di frequentare e perché?

M: Università degli Studi di Milano-Bicocca, facoltà di Biotecnologie. Durante il liceo avevo sviluppato un amore per chimica e biologia. Mi sembrava la scelta più adatta per specializzarmi in entrambe.

S: Stessa facoltà di Marianna. Ero curiosa di capire i meccanismi che permettono a noi esseri umani di “funzionare”.

Aver frequentato il liceo classico vi ha penalizzate negli studi universitari prettamente scientifici?

M: No, a parte uno svantaggio iniziale in materie come matematica e fisica. Il metodo di studio sviluppato al liceo classico mi ha però aiutato a colmare in breve tempo le lacune, portandomi allo stesso livello dei miei compagni di corso che arrivavano dallo scientifico.

S: No, per due motivi principali. In primis il liceo classico ti insegna a gestire carichi di studio elevati. Inoltre la conoscenza del latino e del greco mi ha fornito una guida per comprendere l’etimologia di molte parole che ricorrono nel lessico scientifico.

Dopo la laurea il dottorato all’estero. Come mai questa scelta?

M: La ricerca all’estero ha molte più possibilità rispetto all’Italia. Purtroppo qui in Italia la mancanza di fondi e di risorse limita le potenzialità di successo per il singolo e per la scienza.

S: È stata una scelta dettata dalla voglia di fare un’esperienza nuova e di mettermi in gioco. Inoltre per chi fa ricerca le esperienze internazionali sono un requisito importante.

In ambito scientifico è più facile fare carriera all’estero?

M: Si, decisamente! All’estero ci sono molte più possibilità, non solo in termini di fondi per la ricerca ma soprattutto in termini di varietà di posizioni, soprattutto al di fuori dell’ambito accademico.

S: Non credo sia più facile fare carriera all’estero che in Italia. La competizione è alta in entrambi i casi.

Che differenze ci sono con l’Italia secondo voi?

M: In primis la disponibilità di fondi e la varietà di borse di studio. Poi l’informazione. Negli Stati Uniti chiunque partecipa a seminari e conferenze, non solo gli scienziati. Inoltre ciò che manca in Italia è la continua comunicazione e collaborazione fra aziende e mondo accademico.

S: All’estero sicuramente la ricerca è meno sottovalutata. Ci sono più possibilità e più finanziamenti per poter lavorare. Più meritocrazia.

La cosa più bella e quella più brutta del lavoro di ricercatrice?

M: La cosa più brutta è la frustrazione. Non esiste diretta proporzionalità fra il tempo dedicato a un progetto e i risultati ottenuti. Spesso mesi di lavoro si concretizzano nell’ennesimo fallimento. La cosa più bella è la sensazione nel vedere che di colpo tutti i tasselli del puzzle iniziano ad incastrarsi e finalmente riesci a rispondere alle domande che ti sei posto…per anni!

S: La cosa più brutta è l’alto livello di stress e i pesanti ritmi lavorativi. Non esistono sabati e domeniche e le giornate lavorative possono essere anche di 12 ore. La cosa più bella è la soddisfazione di contribuire, seppur in piccola parte, al sapere scientifico. Quando ottieni dei risultati, dopo tanto lavoro e fatica, ti senti appagata.

Si dice che il mondo delle scienze sia dominato dagli uomini. É vero? Cosa fare per scoraggiare il fenomeno degli stereotipi di genere?

M: Sì è vero, ma penso che si possa già intravedere una tendenza verso il cambiamento. Il miglior modo per scoraggiare questi stereotipi sia fornire elementi concreti: produttività, passione e comunicazione! Perseveranza e determinazione possono aiutare una donna a guadagnarsi una certa reputazione nel campo.

S: In parte è vero. Se si guarda alle posizioni di PI (Principal Investigator), la maggior parte sono occupate da uomini. Il miglior modo per scoraggiare questi fenomeni è far bene e far meglio degli uomini. Siamo decisamente brave in questo!

Cos’è il successo per voi?

M: Avere un lavoro per cui sono contenta di svegliarmi al mattino, che stimoli ogni giorno la mia curiosità e che mi permetta di crescere personalmente e professionalmente. Il successo è anche la capacità di cambiare, mettersi in gioco per raggiungere i propri obiettivi. Non è mai troppo tardi per reinventarsi e raggiungere la propria felicità ed è sempre importante mantenersi aperte mille possibilità e pensare ad un piano B, C, D…Z!

S: il successo è star bene con sé stessi in quello che si fa. Sembra banale e scontato ma è la cosa più difficile da raggiungere.

 

E voi come ve la immaginavate la vita delle scienziate?

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