Una conversazione (con matematica) con Anna Venturino 30 mag 2014

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Economista, promotrice delle fondazioni corporate in Italia, da dieci anni esperta in tematiche adolescenziali e in modo particolare in tematiche relative al disagio e all’apprendimento.

“Sono la più piccola di quattro fratelli. Tutti andavano bene a scuola. Mi hanno iscritto a quattro anni alla Deutsche Schule, una scuola tedesca in cui l’italiano era una materia straniera. In seconda elementare hanno suonato alla porta e il postino portò una lettera “blauer Brief” in cui si comunicava ai miei genitori che la mia promozione era a rischio. Me lo ricordo ancora quel momento. La gioia di mia madre, l’allegria di mio padre. Ebbero una reazione pacata. Diciamo che nella storia delle pagelle famigliari un oggetto del genere non era mai stato preso in considerazione. Diciamo che solo nel secondo semestre, all’età di 8 anni mi fecero studiare come non mi ricordo di aver fatto in tutta la mia carriera scolastica. Ero una sognatrice, una bambina molto allegra e avevo voglia di giocare. E l’impatto con le tabelline, e tutto quello che aveva a che fare con la matematica mi sembrò da subito ostico. Mi ricordo che i bravi vincevano una stellina d’oro, i meno bravi una stellina d’argento e le capre come me rimanevano solo impalate.

L’impatto con la matematica cambiò alla fine delle medie, quando arrivò un nuovo professore dalla Germania. Non era solo un genio nella matematica, era proprio appassionato alla materia. Non si poteva capacitare che qualcuno non capisse. Così iniziò a cambiare proprio l’approccio di insegnamento. Non si trattava più di ascoltare nuove regole della matematica, ma di arrivare a capire con un procedimento di deduzione la regola matematica. Ognuno era chiamato a partecipare divertendosi, in modo dinamico, interattivo. L’importante era arrivarci tutti insieme. Creò anche nel pomeriggio a casa sua delle sessioni di matematica. Sua moglie ci cucinava dei dolci buonissimi e noi ci sbizzarrivamo a risolvere problemi assurdi. Fu in quel periodo che cliccò qualcosa. Iniziai a pensare di non essere del tutto stupida, ma di potercela fare. Passo dopo passo. In undicesima (corrispondente alla terza liceo superiore della scuola italiana) scelsi addirittura matematica come Leistungskurs da portare alla maturità e andò molto bene.

Di seguito non ebbi molta libertà nella scelta dell’università. Mia mamma si era convinta che la mia strada doveva essere come ingegnere chimico o come economista, nonostante la mia predilezione per filosofia e mediai con economia politica in Bocconi. Anche qui la mia simpatia per la matematica proseguì. La sicurezza che mi aveva dato l’approccio a scuola mi permise di affrontare serenamente con un bel trenta l’esame di matematica e di proseguire senza tanti problemi sia analisi due sia econometria.

Ma la vera scoperta non è stata a scuola. All’età di quarant’anni, dopo  che lavoro ormai da venti e ho tre figli, due anni fa aiutando Vittoria, la secondogenita, a imparare le tabelline, ho capito fino in fondo che ci si può rilassare a studiare la matematica, che è alla portata di tutti e che a volte può risultare anche divertente. La matematica è molto più creativa di quanto non si possa pensare. Basta non panicare. E se ci pensiamo bene la matematica la troviamo un po’ ovunque. Se andiamo a fare la spesa, se facciamo un gioco, se ci divertiamo a ipotizzare di aprire un’attività e dobbiamo fare un business plan. Si tratta di usare la logica, di pensare, di viaggiare con la mente nello spazio.

Da 10 anni lavoro nell’ambito education e sono a stretto contatto con ragazzi adolescenti delle medie e delle superiori e con tutte le problematiche relative all’apprendimento. Per molti di loro la matematica è una materia ostica, che cercano di schivare il più possibile. In questo a mio avviso la scuola italiana non li aiuta molto. Manca proprio un collegamento tra ciò che si studia e ciò che ti richiederà il mercato del lavoro. Recentemente per intervenire proprio su questa mancanza, abbiamo organizzato alcune sessioni con studenti delle scuole professionali, facendo delle simulazioni di casi aziendali. Ci siamo coordinati con i loro professori e abbiamo inserito all’interno aspetti della matematica che stavano studiando a scuola. E’ stato molto interessante. Tolti dalla rigidità dell’apprendimento scolastico, si sono permessi di ragionare, si sono lasciati coinvolgere e ognuno con le sue difficoltà ha contribuito a risolvere il caso.

Per i miei figli e per la scuola italiana sogno un rinnovamento del modo di insegnare matematica, più dinamico, meno nozionistico. I giovani devono potersi appassionare alla conoscenza, aver fiducia nelle loro capacità e aver l’ambizione di poter dire la loro. Altrimenti cresciamo degli automi, pochi eccellenti nelle valutazioni ma comunque poco consapevoli di sé e del mondo che li circonda, e tanti che si scoraggiano e si percepiscono come non adeguati.

La matematica non è per pochi, è alla portata di tutti!”