La laurea, una terra di mezzo, costoso parcheggio custodito 6 nov 2014

Dollaro Redooc Franklin

“An investment in knowledge always pays the best interest.”  Benjamin Franklin

Partirei da qui. Giusto per mettere in chiaro le cose.
Della laurea, “la lara” come dice nonna, resta oggi solamente quel vuoto fascino demodè, quella necessità ancestrale dell’epiteto Dottò.
Ma generalizzare, in generale, è male, dunque è bene specificare che non tutti campi del sapere rientrano nel discorso di cui sopra. Esempi: Economia, Giurisprudenza, Management, Marketing, Scienze Politiche, Scienze delle Comunicazioni rientrano nel discorso lara. Matematica, Fisica, Filosofia, no.

Piccola nota autobiografica necessaria: anche io sono caduto nel trappolone della laurea in Economia, ma ho avuto la forza di uscire dal tunnel del CFU (Credito Formativo Universitario) prima di imbarcarmi nella specialistica. Gli ex-compagni, a distanza di qualche anno, ancora mi guardano con morboso sospetto e con un velo di pietas: “Incosciente, poveretto. Non sarà mai Dottore”. Fortunatamente, il barista con cui usavo confidarmi nel periodo in cui covavo fra spasimi e paure la mia scelta, mi illuminò una sera di Maggio: “Ma scusa, il Dottore è quello che opera no?”. L’epifania: il Dottore opera.

Avere lasciato perdere la specialistica in Economia resta tutt’ora la scelta migliore che io stesso abbia fatto per me stesso.

Ecco, io credo che la terra di mezzo, quel costoso parcheggio custodito, fatto di economie, giurisprudenze e management, verrà definitivamente spazzato via anche nell’immaginario popolare. Che poi, ragionando da homo economicus, è l’unica dimensione in cui una laurea in Economia Aziendale può trovare ancora una ratio. E comunque, se saprà resistere ancora alle raffiche del vento sociale ed economico, la terra di mezzo verrà in ogni caso definitivamente distrutta dall’unica forza naturale prevedibile, ma allo stesso tempo inarrestabile: la demografia. Finite le nonne, finiranno le lare.

Oggi l’unico investimento per me sensato è la conoscenza, quella apparentemente fine a sè stessa. Non la tappa inerziale, l’Università facile, l’apprendistato di una professione che, nella migliore delle ipotesi, dopo cinque anni sarà completamente cambiata e nella più probabile delle ipotesi, non esisterà più.

Oltretutto, se l’obiettivo è quello di trovare un’occupazione nel minor tempo possbile, ha molto più senso un corso breve professionale (web design, programming et similia) nel nostro contesto socio-economico.

Quello che ho imparato con la mia esperienza è che ciò che discrimina sono sempre le motivazioni e le persone, i maestri. La verità forse è che noi in Italia abbiamo avuto tanti professori e pochi maestri. Non abbiamo avuto gli esempi. E proprio l’esempio umano, più dei libri, è importante per la formazione e la crescita individuale.

Insomma se io avessi un figlio di 19 anni, a meno che non fosse appassionato di geometria, algebra o estetica del pensiero, non lo spingerei a prendersi “il pezzo di carta”. 

Non lo spingerei neanche verso un’altra direzione. Farei in modo di fornirgli gli stimoli e il supporto necessari affinché possa trovare autonomamente quella spintaverso la sua personale direzione. Io credo che le motivazioni siano il motore necessario per tagliare qualunque traguardo. Credo anche che il ruolo della famiglia, della scuola e dell’educazione più in generale, debba essere quello di fornire ai ragazzi gli strumenti per trovare in sè stessi la spinta verso ciò che a ognuno interessa, riesce bene o incuriosisce maggiormente (i test attitudinali a crocette non rientrano nella categoria strumenti).

Ma a questo punto, prima di aprire il capitolo educazione e scuola dell’obbligo con le sue dinamiche e terminologie inquietanti tipo crediti e bambini pieni di debiti a 10 anni, credo sia meglio fermarsi.

Grazie Edoardo!