Simulazione Invalsi italiano 2018-2019 - 5° classe Superiori

Preparati alla prova Invalsi di Italiano per la classe quinta della scuola secondaria di secondo grado!

Il test si svolgerà al computer (CBT - computer based) nel mese di marzo 2019: per arrivare preparato allenati con la simulazione interattiva del test di Italiano.

Appunti

La prova nazionale Invalsi di Italiano a ridosso dell'esame di maturità ti preoccupa?

Il test di italiano per la V classe della scuola superiore sarà composto da una parte di comprensione del testo e da esercizi di lingua e grammatica.

Allenati con gli esercizi interattivi di Redooc per scacciare l'ansia e arrivare preparato alla prova Invalsi di italiano 2018-19 per la classe quinta della scuola secondaria di secondo grado.

Tutti i materiali informativi sulla prova che chiude il secondo ciclo di istruzione sono disponibili sul sito dell'INVALSI.

Da qui sono tratti anche i testi e alcuni dei quesiti della nostra simulazione, arricchita con ulteriori domande di nostra produzione. 

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Preparati alla Prova Invalsi di Italiano di quinta superiore

Manca poco all'esame di maturità, ma prima... arrivano le prove Invalsi per la quinta classe della scuola secondaria di secondo grado!

Il test di Italiano si svolgerà al computer e avrai a disposizione 120 minuti (2 ore) per completare le domande di compresione del testo e di lingua.

La prova con cui dovrai confrontarti sarà strutturata in:

  • 5/7 unità di comprensione del testo (Parte 1);
  • 1 unità di riflessione sulla lingua (Parte 2).

Ogni unità avrà 7/10 domande pensate per valutare le tue competenze di lettura e le conoscenze grammaticali.

La prova non è differenziata per indirizzi di studio perché si riferisce ad ambiti di competenza comuni previsti nei traguardi di tutte le scuole secondarie di secondo grado.

Per la simulazione sono stati utilizzati i testi forniti dal sito INVALSI  a titolo di esempio arricchiti con ulteriori quesiti. Il Testo 5, invece, è tratto dalla prova Invalsi della II classe della Scuola secondaria di II grado dell'anno scolastico 2012-2013.

Testo 1: Immagine familiare di guerra

Mia madre scende dal marciapiede con la minore delle mie sorelle. Sta per attraversare la piazza del Popolo, ha una borsa sotto il braccio, un cappotto scuro di taglio militare. È robusta, solida, irriconoscibile rispetto alla piccola gracile donna della mia infanzia, e all’anziana signora di dopo la pensione, tutta nervi, impalpabile quasi nella sensibilità che la fa sussultare ad ogni rumore. Qui il volto è teso, duro, pieno d’ombre; dietro affissa al muro, una striscia di carta, la pubblicità d’un giornale: Secolo XIX. Con la tensione cupa di mia madre, contrasta la figuretta di mia sorella appena treenne, con un cappottino di pelliccia di gatto e un cappuccetto che la fa assomigliare a un folletto di bosco; è biondina e trotterellante, per mano a mia madre, ma un passo dietro, quasi trainata su una strada che sembra percorra malvolentieri. Forse vorrebbe andare al Pincio o a Villa Borghese, a giocare, non sa che non si gioca, che è pericoloso anche andare in strada, non sa che una schiera di quegli uomini vestiti di verde che parlano una lingua sconosciuta potrebbero bloccare all’improvviso le strade e urlare e caricare tutti su un camion, colpendo gli attardati con il calcio del fucile. Ha grandi occhi ingenui; non ha mai veduto, e forse non vedrà mai, la foto di un altro bambino, ebreo, con le mani alzate e i neri occhi sgranati davanti al mitra di uno di quegli uomini con l’elmetto in testa e una smorfia di belva tranquilla in viso. La stretta di mia madre la guida verso la casa, la penombra, la sicurezza, non verso i giochi pericolosi del sole e dei bambini. Mia madre la protegge con un’espressione in volto di concentrato timore rovesciato in decisione. Chissà se quegli anni rivivono nella mente delle mie sorelle, o sono passati come un sogno nella loro lieve coscienza. Non hanno ricevuto danni personali dalla guerra, forse essa è passata come una nuvola nera, come uno scoppio di tuoni sulle loro testoline di creature. Mia madre invece la guerra l’ha passata tutta combattendo nella sua trincea, prima nelle cantine‐rifugio, poi correndo agli allarmi aerei con tutti noi verso il tunnel della Roma‐Nord, poi partendo per il suo lavoro di maestra alle sei del mattino alla volta di Sant’Oreste, per cinque ore di lezione nelle gelide aule del palazzo del Vignola, pranzo portato in borsa e una minestra calda nell’Osteria degli Scarponi, poi due ore di attesa nel fumo dell’osteria o nella tramontana della valle del Tevere, la corriera, il ritorno in treno alle quindici e trenta, a Roma, e ancora a fare la misera spesa per la cena, e l’oscuramento, la breve notte, e alle sei del mattino di nuovo in piedi. Stremata, s’era infine stabilita con la minore delle sorelle a Sant’Oreste, mentre la maggiore era presso gli zii. Quegli anni senza requie, con poco denaro e pochi cibi, di corse, di patemi, di orrori visti o risaputi, avrebbero potuto spezzarla, con quell’accenno di male ai polmoni che aveva avuto da giovane, e invece la fecero rifiorire, senza la grazia dei fiori, ma con la durezza dei cardi. Non so dove fossi io, al tempo della foto, forse in montagna, forse chiuso in qualche casa, o forse libero e guardingo come un gatto selvatico. Mio padre era sempre in viaggio, con i suoi trasporti, e una volta gli mitragliarono anche il camion che s’incendiò e lui si salvò buttandosi in un prato. Portava sempre qualcosa del carico: lo pagavano in natura; una volta un prosciutto, che lui tagliava a tavola tenendolo come un violino, una volta una latta piena di miele, un’altra volta cinquanta bottiglie di cognac che mettemmo sotto la mia branda, e bevevamo a tavola come vino, senza ubriacarci, malgrado i pochi bocconi che mandavamo giù. La guerra ci ha torturato lentamente, ma non ci ha colpito come tanti altri. Siamo sempre riusciti a scampare, a sopravvivere. Ne è segno, non eroico, non funebre o epico, non disperato, ma aspramente prosaico, quotidianamente ribattuto nel ferro di una resistenza isolata, questa foto con la mia piccola sorella che mi sembra addolcire il buio dei volti dei passanti e le labbra tirate di mia madre, mentre un fotografo ambulante, un eroe anche lui della giornata sottratta alla fame e alla morte, inquadrava nel pacifico mirino della sua macchina un autentico e per me rivelatore documento di guerra. (Tratto da: Luca Canali, Il sorriso di Giulia, Pordenone, Editori Riuniti, 1980, pp. 95‐98)

Scarica qui il testo in formato pdf:

Testo 2

…Dirò qui molto meno dei matematici italiani per due motivi: il primo è che ho una conoscenza personale del loro ambiente e delle loro vicende scientifiche assai più indiretta, mentre ne esistono, a differenza dal caso dei fisici, eccellenti ricostruzioni storiche (come quella di Umberto Bottazzini). Il secondo è che, come si vedrà, i matematici hanno avuto e hanno rapporti alquanto distaccati con la società per quanto riguarda lo svolgimento del loro lavoro; il che non vuol dire che non abbiano preso individualmente parte ai fatti politici che hanno marcato la vita del paese… (Tratto da: Carlo Bernardini, La fisica nella cultura italiana del Novecento, Roma‐Bari, Laterza, 1999, p. 7)

Scarica qui il testo da stampare e tenere a portata di mano mentre svolgi gli esercizi:

Testo 3: Uno che non dimenticava nulla

La cosa irritante di Shereshevsky, pensava spesso il suo direttore, era che non prendeva mai appunti. In un quotidiano non ci si possono permettere errori: il compito giornaliero andava svolto alla perfezione, senza alcuna dimenticanza. Per cui un giorno, non potendone più, il direttore di «Izvestia» additò Shereshevsky e lo rimproverò di fronte a tutti per non essersi appuntato il compito della giornata. Il rimprovero di un direttore di giornale – in Unione Sovietica nel 1960 – è una cosa che probabilmente non lasciava indifferenti, e i colleghi del povero giornalista lo guardarono con commiserazione. Commiserazione che si trasformò in meraviglia quando Shereshevsky ripeté parola per parola il compito che l’uomo gli aveva assegnato.

Il proprio, e quello degli undici colleghi. Fu così che il giorno dopo S. si ritrovò catapultato nel laboratorio di A.R. Lurija, il più grande neurologo sovietico, che iniziò a testare la sua stupefacente memoria. La quale, almeno in apparenza, non aveva limiti.

Shereshevsky era in grado di ricordare una matrice di cinquanta numeri di quattro cifre, organizzate in quattro colonne da dodici più due numeri sparsi che gli erano stati letti ad alta voce l’uno dopo l’altro, con tre secondi di pausa dopo ogni numero. Non solo, era in grado di ripetere questi elementi:

1) esattamente nell’ordine in cui erano stati dati;

2) in ordine inverso (se qualcuno di voi lo trova facile, provi a ripetere l’alfabeto in ordine inverso e vediamo se non fate errori);

3) a zig zag, o un numero ogni tre.

Già questo sarebbe stupefacente. Aggiungeteci poi che Lurija gli richiese la stessa lista di numeri una seconda volta, qualche tempo dopo, e Shereshevsky gliela ripeté nuovamente senza errori.

Particolare: erano passati quindici anni dalla prima (ultima) volta in cui tale sequenza gli era stata letta. La storia di Shereshevsky è stata narrata in molti libri. L’uomo aveva un’incredibile capacità di ricordare dovuta sia a caratteristiche fisiologiche che metodologiche. In primo luogo, S. soffriva di sinestesia, una condizione per cui aree deputate a diverse elaborazioni percettive elaborano simultaneamente uno stesso stimolo esterno, come se si fondessero tra loro: per esempio, vedeva i numeri pari di colore caldo e i numeri dispari di colore freddo, e ognuno aveva un colore diverso e un odore diverso.

In secondo luogo, S. usava in modo del tutto intuitivo la cosiddetta tecnica dei loci, una procedura nota sin dall’antichità (la usavano i retori romani come Cicerone) che consisteva nell’associare ogni elemento da ricordare a un luogo fisico specifico che conosciamo alla perfezione. Un po’ come appendere quadri virtuali contenenti l’informazione che vogliamo ricordare alle pareti di casa nostra, dei nostri genitori, dei nostri amici, una per parete in ogni stanza.

Purtuttavia, Shereshevsky aveva un limite. E questo limite, come avrete capito, non era la memoria. Un giorno, Lurija dette al suo paziente una serie di cinquanta numeri piuttosto facile da ricordare:

1234

2345

3456

4567

5678

6789

7890

8901

9012

0123

E così via, ripetuto cinque volte.

Sorprendentemente, Shereshevsky impiegò per memorizzarla lo stesso tempo che impiegava per memorizzare qualsiasi altra serie di numeri di quattro cifre. Tre secondi a numero, standard. Al che Lurija chiese all’uomo se non vedeva qualcosa che potesse aiutarlo a ricordare meglio, senza fare tutto quello sforzo.

«No» rispose Shereshevsky, «non mi sembra. Non vedo niente di diverso in questa serie.»

S., che non dimenticava niente, era assolutamente inconsapevole della regolarità di quei numeri. Una volta che gli venne fatto notare, lo capì: ma il suo approccio fisiologico al problema era stato quello bovino che usava sempre. Non si era posto il problema di fare meno fatica, di cercare un significato in quello che vedeva: e, una volta che gli venne chiesto espressamente, ancora gli sfuggiva. Shereshevsky aveva una memoria eccezionale.

Purtroppo, era un cretino.

(Tratto da: M. Malvaldi, L’infinito tra parentesi. Storia sentimentale della scienza da Omero a Borges, Milano, Rizzoli, 2016, pp. 111‐113)

Scarica il pdf con il testo per tenerlo a portata di mano mentre svolgi gli esercizi:

Testo 4

I conflitti tra i bambini e i genitori aumentano sensibilmente dopo il primo anno. Prima di questa età, l’autonomia molto ridotta del bambino permette di avere su di lui un controllo relativamente facile. Il bambino è dal canto suo più arrendevole che nel periodo successivo, proprio perché cosciente della sua impotenza e dipendenza dall’adulto e perché non ancora spinto così fortemente dalla sua biologica tendenza all’autonomia a opporsi alla volontà degli adulti. La conquista del camminare, con l’aumento di autonomia che ne consegue, in parte rallegra l’adulto ma in parte lo irrita. Pur diventando di giorno in giorno più autonomo, cosa insieme desiderata e temuta, il bambino interferirà più attivamente di prima nella sua vita, lo costringerà ad occuparsi di lui anche se non ne ha voglia e non gli lascerà più come un tempo la scelta se occuparsene o ignorarlo. Il rapporto, diventato più antagonistico, eccita l’autoritarismo dell’adulto. È molto diverso aver a che fare con un bambino che si può confinare nel suo lettino, nel recinto, nel passeggino, sempre ingabbiato e sotto controllo, piuttosto che con un bambino che scorrazza per casa toccando ogni cosa, che ha una mobilità tale che gli consente di sottrarsi tanto più spesso e con maggior successo alle imposizioni dell’adulto. (Tratto da: Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita, Milano, Feltrinelli, 1973)

Scarica qui il pdf del testo:

Testo 5: Gioco d'azzardo

Quella del gioco d’azzardo è la quinta industria in Italia dopo Fiat, Telecom, Enel, Ifim. Se si analizza la spesa pro capite, l’Italia ha il primato mondiale con oltre 500 euro a persona. Del resto, la spesa per il gioco d’azzardo degli italiani è aumentata ben del 19,7% nel 2007 rispetto al 2006, con una raccolta complessiva di 42,2 miliardi di euro (2% del prodotto interno lordo). Erano stati 14,3 i miliardi di euro incassati nel 2000.

Questi dati preoccupanti sono stati resi noti nell’ambito del progetto “Creazione di una banca dati sul gioco d’azzardo” che il ministero della Solidarietà Sociale ha affidato al Gruppo Abele di Torino.

Riccardo Zerbetto, presidente di Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio ‐ www.gambling.it) afferma che “l’aumento complessivo delle entrate derivanti dai giochi è imputabile soprattutto al raddoppio del fatturato del 'Gratta e Vinci' e all’aumento (del 22%) delle 'macchinette' (18,8 miliardi di euro la raccolta del 2007 con 2,2 miliardi di entrate erariali)! Ai giocatori va attualmente il 68% della raccolta, con un leggero incremento rispetto all’anno precedente, ovviamente per invogliarli a giocare di più”. L’Italia, alla fine del 2004, si collocava al terzo posto fra i paesi che giocano di più al mondo, preceduta solo da Giappone e Regno Unito. E il mercato italiano rappresenta il 9% di quello mondiale. Ma per la spesa pro capite l’Italia ha il primato mondiale (oltre 500 euro a persona), e in Regioni quali Sicilia, Campania, Sardegna e Abruzzo le famiglie investono nel gioco d’azzardo il 6,5% del proprio reddito. In conseguenza la maggior causa di ricorso a debiti e usura in Italia è da attribuire a questa 'dipendenza'.

Il gioco, nella Penisola, coinvolge maggiormente le fasce più deboli. Secondo i dati Eurispes 2005, investe di più in questa direzione chi ha un reddito inferiore: giocano il 47% degli indigenti, il 56% degli appartenenti al ceto medio‐basso, il 66% dei disoccupati. “Ma gioco d’azzardo non significa per forza gioco patologico” – sottolinea Zerbetto – “La stragrande maggioranza dei giocatori non ha nessun problema, ma le ricerche internazionali condotte per accertare il numero di giocatori patologici stimano dall’1 al 3% la popolazione vittima del gioco patologico. Una cifra confermata da tutte le indagini esistenti, fatte in Inghilterra, Spagna, Nuova Zelanda, Canada, Usa, che riportano in modo concorde gli stessi risultati percentuali. In Italia ciò equivale a 700.000 persone in età di gioco”.

Tutte le ricerche, inoltre, dimostrano che la maggior quantità di giochi a disposizione, sia come numero che in termini di possibilità di accesso temporale, è direttamente proporzionale a un aumento del numero di persone che perdono il controllo del gioco e che divengono giocatori problematici o patologici. (Tratto e adattato da: http://www.dire.it/HOME/gioco_dazzardo, 28 luglio 2008)

Per svolgere gli esercizi interattivi avrai bisogno di tenere il testo sotto mano. Scarica il pdf qui: