Prova Invalsi italiano 2017/2018 - 2° classe Superiori

La Prova Invalsi 2017-18 di Italiano per la classe seconda della scuola secondaria di secondo grado si è svolta per la prima volta al computer: mettiti alla prova con il test del ministero dell'istruzione in forma interattiva, cronometra quanto tempo ci metti e preparati al meglio alla prova Invalsi.

Appunti

Qui trovi la Prova nazionale Invalsi 2016-17 di Italiano e la griglia di correzione per la classe seconda della scuola secondaria di secondo grado.

La prova Invalsi di italiano è composta dalla comprensione di un testo e da esercizi di grammatica.

Allenati con gli esercizi interattivi!

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Testo 1: L'uso delle parole

Noi usiamo le parole in tanti modi diversi; le parole hanno tanti usi diversi secondo le circostanze in cui parliamo e le conversazioni che facciamo. Ma questo noi lo diamo per scontato, perché fa parte delle nostre capacità di fondo, ossia fa parte del senso comune. E noi tutti sappiamo usare le parole in tanti modi diversi, con toni e sottintesi diversi, per ottenere risposte diversissime. Detto in altre parole: il senso comune è tutto quel tessuto di piccole competenze che ci serve a dialogare con gli altri, per cui noi e gli altri ci intendiamo nel dare senso al mondo. In questo modo, e solo partendo da qui, riesco a pensare a cosa si potrebbe intendere con la parola narrazione. Ascoltate uno che parla al telefono e sentirete come cambia tono, accento, linguaggio, secondo con chi parla e secondo l’argomento di cui parla. Con questo voglio dire che raramente ci rendiamo conto di come il nostro uso delle parole sia legato alla temporalità del momento: cioè è legato al momento in cui siamo, al tipo di gioco che stiamo facendo con qualcun altro, e che cambia sempre sul filo del tempo.

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Testo 2: Sua maestà il gufo accecato dalle luci

Come sono misteriosi gli uccelli notturni, i gufi, le civette, i barbagianni! Il gufo reale è uno dei più grandi e merita veramente il suo nome. È sempre difficile avvistarlo. Una sera d’estate, nella casa di campagna, ne ho visto uno volare dal tetto verso gli alberi vicini. Mi sembrò un fantasma familiare, una creatura arrivata dal mondo oscuro della Natura, ma benevola, che portava con sé qualcosa di ignoto. Il suo arrivo suscitò in me sorpresa e meraviglia. Sentii il fruscio delle sue grandi ali, poi vidi nel buio il folto piumaggio, e non diversa da quella di un nume fu la sua apparizione. Pochi momenti ed era già sparito. Raramente la sua maestà si lascia ammirare in tutta la sua piumata bellezza.

In un’altra sera, una sera in città, ho visto un gufo reale esposto su un trespolo in una trasmissione televisiva. Era una di quelle trasmissioni culturali che vanno in onda dopo la mezzanotte, e la presenza del gufo, simbolo di saggezza, era come una sigla che voleva dire: trasmissione notturna, o forse culturale. Stava lì nello studio mentre i due presentatori parlavano di Bisanzio, una civiltà dove raffinatezza e crudeltà andavano di pari passo, e accecare un nemico era cosa normalmente praticata, per asservirlo o per renderlo innocuo. I due presentatori parlavano, e dietro di loro sul trespolo, come un idolo, assolutamente immobile, con la testa eretta stava il gufo reale, accecato dalle luci dello studio. Sentivo che la sua immobilità nasceva proprio dalla sua intolleranza per la luce, ed era l’immobilità che assumono certi animali di fronte a un nemico inevitabile e invincibile. Non riuscivo a seguire le parole dei presentatori che parlavano di migliaia di prigionieri accecati dopo una battaglia vinta dai bizantini, perché ero distratto e come ipnotizzato dagli occhi splendenti del gufo. Due occhi grandissimi, due biglie di vetro luminose e trasparenti, di un colore topazio con in mezzo un puntolino nero. E com’era veramente regale quell’uccello, con che dignità stava su quel trespolo, come su un trono. E com’era misteriosa la fissità del suo sguardo! Stava lì, in quel luogo così diverso dai suoi ascosi [nascosti] rifugi notturni e totalmente a lui estraneo, e io in quel momento guardandolo mi sorpresi a pensare a tutte le creature, uomini e animali e uccelli, gettate senza un perché su questa terra, come lui era stato gettato in quello studio televisivo. Mentre il gufo reale immobile sul trespolo teneva per tutto il tempo della trasmissione i suoi grandi occhi luminosi sbarrati sul nulla come quelli dei ciechi, i due presentatori parlavano di Bisanzio, e la crudeltà di cui parlavano, forse a causa di quel gufo accecato dalle luci, mi sembrò più mostruosa e terribile, e perfino la parola, la parola «crudeltà», mi sembrò talmente intollerabile da non poterla sentire nemmeno pronunciare. Mi trasmetteva, sapendo a cosa si riferiva, un malessere fisico. Volevo che tutto finisse al più presto, e avevo già preso il telecomando per spegnere, quando la trasmissione finì. Il padrone del gufo reale - che presumibilmente era stato dato in affitto per quella serata - mentre sgombravano lo studio dall’arredo di scena, si avvicinò al trespolo, e senza tanti riguardi, come chi ha fretta e deve spicciarsi, prese quel nobile e fiero figlio della Natura per i piedi, che aveva grandi e unghiuti e possenti, da predatore notturno, e come fosse un pollo qualsiasi da portare al mercato se lo portò via. Mentre veniva così trascinato penzoloni, a testa in giù, sentii in me tutta l’umiliazione cui era stato sottoposto e pensai ai suoi grandi occhi splendenti, aperti sul mondo assurdo dove chissà perché era precipitato.

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Testo 3: Parabola di Vincenzo Cardarelli

Anni di giovinezza grandi e pieni!

    Mattini lenti, faticoso ascendere

    di gioventù che avanza

    come il carro del sole

5   sulla via del meriggio.

A colpi di frusta,

    con grida eccitanti,

    noi la sproniamo a passare.

    Ed illusioni, errori,

10   non sono allora che stimoli al tempo

    e una maniera d’ingannar l’attesa.

    Giunti che siamo al sommo, vòlti all’ombra,

    gli anni van giù rovinosi in pendio.

    Né il numerarli ha ormai nessun valore

15   in sì veloce moto.

 

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Testo 4: Intervista

Questa intervista, fatta da Alessandra Bruscagli a Roberto Denti, è stata pubblicata nel 2005 nella rivista di letteratura per ragazzi LiBeR 66, all'interno del dossier “Raccontare la Resistenza”. Denti, giovanissimo partigiano nel 1944, è stato un grande autore di libri per ragazzi, spesso dedicati ai diritti democratici, e ha fondato e diretto la “Libreria dei ragazzi” di Milano, che ha svolto e svolge un'intensa opera di promozione della lettura e delle competenze civiche.

Intervista a Roberto Denti

Domanda. Durante gli anni della seconda guerra mondiale hai partecipato attivamente alla Resistenza come partigiano, in carcere nel 1944. La tua è stata una scelta, che sappiamo ha segnato profondamente la tua vita, ma che è maturata in momenti caratterizzati da vicende e da un’atmosfera complessiva della quale oggi è difficile rendersi conto. Ce ne puoi parlare?

Risposta. Quando, l’8 settembre 1943, il governo Italiano (Presidente del Consiglio il generale Badoglio, che aveva preso il posto di Mussolini dopo il 25 luglio dello stesso anno) fuggì da Roma per rifugiarsi a Brindisi dove già era arrivato l’esercito angloamericano e si costituì a Salò la Repubblica Sociale Fascista sostenuta dai tedeschi, la decisione politica divenne indispensabile. La scelta era di tipo assoluto, senza possibilità di ripensamenti: o con i fascisti o contro di loro. Sono molti gli elementi che hanno trasformato l’Italia dall’adesione incondizionata al fascismo a una situazione di avversione e di lotta. Io credo che, oltre la convinzione della sconfitta, sia stata determinante la fame. Mamme e nonni (gli uomini validi erano al fronte o – dopo l’8 settembre del 1943 – a lavorare in Germania pur di sopravvivere) che non erano in grado di soddisfare l’appetito dei bambini e dei ragazzi divennero nemici di un Governo incapace di far fronte alle esigenze primarie della popolazione. Io ero di famiglia e ambiente borghese: per merito dei miei compagni di cella (nel 1944) e di alcuni compagni partigiani imparai – senza ancora averlo letto sui libri – che la fame è la base concreta della lotta politica.


D. Ti risulta che, come scrivi in Ancora un giorno (Mondadori, 2001), ci siano state situazioni in cui ragazze e ragazzi in bande, quasi come in un gioco, hanno realmente aiutato i partigiani o gli oppositori del regime fascista?

R. La guerra non è un gioco. I ragazzi e le ragazze che nelle città hanno partecipato alla Resistenza lo hanno fatto con spirito diverso da quello degli adulti, cercando però di imitarli. I giochi di tutti i bambini del mondo sono imitazione della vita dei “grandi”. Durante il periodo della Resistenza i ragazzi venivano utilizzati per trasmettere messaggi all’interno delle città (le staffette partigiane, in cui predominavano le donne, utilizzavano adolescenti di almeno 15-16 anni), per bucare le gomme dei camion e delle auto utilizzate da fascisti e tedeschi, per controllare il colore delle mostrine dei soldati che serviva a capire se si stavano verificando movimenti di truppe e verso quali obiettivi.

 

D. La letteratura per ragazzi ancora oggi – pur in mezzo a tante proposte “d’evasione” – presenta storie di “Resistenza civile” che coinvolgono bambini e ragazzi alle prese con guerre, regimi autoritari, soprusi. Possiamo parlare di un filo rosso che attraversa questa produzione letteraria e le conferisce una funzione sociale orientata alla difesa e all’affermazione dei diritti?

R. La seconda guerra mondiale ha coinvolto drammaticamente la popolazione civile. Nelle guerre precedenti i civili erano sempre stati vittime del passaggio degli eserciti, vincitori o sconfitti. Dal 1939 al 1945 nei paesi e nelle città le famiglie, anche lontane dal fronte, sono state vittime di bombardamenti e della ferocia dei tedeschi che occupavano i territori europei. Da allora ogni guerra è stata la guerra di tutti, nelle linee di combattimento o all’interno dei paesi in cui si sono verificati conflitti. È quindi ovvio che nei libri di narrativa per ragazzi si trovi un filo che congiunge il passato e il presente, dalle stragi naziste (nei campi di sterminio o in tutta Europa) e dalla guerra partigiana a ciò che avviene in Palestina, in Iraq o in Pakistan. Il lavoro minorile, la fame del terzo mondo, i bambini delle favelas venduti nel Sud America non sono definite “guerre” ma ugualmente provocano morte come o peggio dei conflitti armati. Il filo rosso c’è perché, purtroppo, continuano vicende drammatiche e tragiche di cui ci si occupa troppo poco. Perché turbare la beata indifferenza dei bambini europei, abituati al dolciastro mondo disneyano e alle indispensabili merendine, con notizie che riguardano bambini che muoiono per mancanza di cibo e di medicinali?

 

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Griglia correzione Invalsi italiano 2017-2018

Qui trovi la griglia di correzione della prova Invalsi 2017-18 di Italiano per la classe seconda della scuola secondaria di secondo grado.

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