L’età giolittiana

Giovanni Giolitti è un personaggio controverso della politica italiana del primo Novecento. Con lui l’Italia diviene a tutti gli effetti un paese moderno: nel ruolo di ministro del Consiglio riesce a conciliare il progresso industriale con la pace sociale, i bisogni e le aspirazioni della classe borghese con le necessità degli operai. Come si può allora accostare questa immagine di “politico illuminato” con il titolo di ministro della malavita che gli si attribuisce?

Appunti

L’immagine del politico conservatore accusato di corruzione e trasformismo cozza con quella di ministro attento e tollerante, impegnato a sostenere la fermentazione che l’Italia vive in quegli anni in ambito letterario, musicale e filosofico. Come conciliare dunque questi due aspetti?

Cosa è stato effettivamente compiuto da Giolitti, cosa è diretta conseguenza del periodo storico di poco precedente? Procediamo contestualizzando l’età giolittiana.

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Mappa mentale dell’età giolittiana

L’inserimento di Giolitti ai vertici della politica italiana avviene in un periodo florido per l’intero contesto europeo conosciuto come la belle époque, età di successi, scoperte e nuove invenzioni che va dalla fine dell’Ottocento alla Prima Guerra Mondiale. Questo periodo rappresenta una rinascita successiva alla Grande Depressione del 1873, caratterizzato da una generalizzata crescita economica e demografica dell’intera Europa. Tuttavia anche in un periodo così rigoglioso, teatro delle nuove Avanguardie, contraddistinto da un comune senso di fiducia nell’avvenire, riconosciamo la nascita dei primi germi della futura crisi: nazionalismo e razzismo.

L’idea di nazione in senso reazionario e militaresco sarà infatti alla base del primo conflitto mondiale, e il senso di superiorità razziale ritornerà a gran voce nel secondo.

Giovanni Giolitti apprende molto dall’operato dei governi autoritari che lo precedono: osservandoli comprende come la loro insensibilità nei riguardi delle insurrezioni popolari e delle richieste dei lavoratori abbia giocato a loro sfavore. Per questo motivo, chiamato al governo dal re Vittorio Emanuele III, si distingue subito per le sue aperture liberali

Nella mappa trovi le scelte politiche ed economiche adottate da Giolitti nelle vesti di ministro del Consiglio italiano. Per stamparla vai in fondo alla lezione.

La politica interna

È proprio a motivo delle decisioni adottate in campo di politica interna che i giudizi riguardanti l'operato di Giolitti risultano così contrastanti. Le sue azioni si riassumono attraverso l’espressione politica del doppio volto, che ben esemplifica i diversi atteggiamenti adottati da Giolitti nei confronti del Nord e del Sud Italia. 

Molti studiosi della storia contemporanea escludono un’ipotetica avversione di Giolitti verso il meridione e interpretano le sue azioni come un atteggiamento di convenienza: se al Nord il ministro temeva che i socialisti mettessero in atto la rivoluzione, rovesciando il governo; al Sud i contadini, masse semi ignoranti pilotate dai baroni, non rappresentavano un reale pericolo. Se, dunque, al Nord dava ampio ascolto alle proteste operaie, al Sud le reprimeva. 

Il termine “pendolarismo giolittiano” descrive al meglio il continuo passaggio da alleanze con fazioni di sinistra ad alleanze con partiti di destra a seconda della circostanza. In qualità di ministro, Giolitti stringe accordi con i socialisti riformisti rappresentati da Filippo Turati e con i cattolici, mostrandosi prima sensibile alle condizioni lavorative degli operai, poi interessato a richiamare i cattolici al voto. Entrambe le alleanze rispondono alla necessità di raggiungere la maggioranza parlamentare. 

Le riforme sociali

In carica come ministro del Consiglio italiano dal 1901 al 1914, Giolitti vara un vasto programma di riforme sociali ed economiche, adottando un atteggiamento liberale. Secondo la sua visione politica, lo Stato deve restare neutrale nei conflitti tra datori di lavoro e operai, se non per motivi di ordine pubblico. 

Questa neutralità tuttavia non si traduce in indifferenza nei confronti dei lavoratori: Giolitti si batte per un miglioramento delle loro condizioni lavorative (diminuzione del monte ore, aumento dei salari e varo di provvedimenti volti a tutelare la maternità delle lavoratrici). A suo modo di vedere da un migliore trattamento della classe operaia derivano benefici per gli stessi industriali e l’intera economia. 

Riporta a compiti e proprietà dello Stato questioni che erano state esternalizzate: attua un processo di statalizzazione delle ferrovie e sottrae alle poco solide finanze dei Comuni la responsabilità dell’istruzione primaria, abbattendo significativamente l’analfabetismo diffondendo le scuole nelle zone rurali.  

Nel 1912, attraverso una nuova riforma, estende il diritto di voto alla totalità dei maschi adulti.

La politica estera

In ambito di politica estera, Giolitti riesce a creare le condizioni per vincere la prima guerra coloniale italiana, attraverso la conquista della Libia, nel 1912

In questo modo lancia un importante messaggio: vuole elevare l’italia a impero coloniale. 

L’opinione pubblica resta tuttavia molto delusa da questa scelta: la conquista del territorio libico, definito uno “scatolone di sabbia” non giustifica le perdite umane ed economiche subite.

Mappa dell'età giolittiana da stampare

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